La Cappella del XVII secolo, dedicata anticamente a S. Alberto e poi a S. Giovanni della Croce, è stata ristrutturata nel XIX secolo con gusto neoclassico da Gaetano Monti, autore dell’altare.

L’altare marmoreo si articola in basso con una base rettangolare cui si appoggia la mensa, sostenuta da due mensole sagomate. Al centro il tabernacolo quadrangolare con la porticina che raffigura il Redentore. Sopra l’altare si sviluppa un’edicola definita da due colonne doriche, raccordate da un architrave, sopra il quale è posta una lunetta.

Il Crocifisso in legno dipinto, opera di pregevole fattura dello scultore Giuseppe Arrigoni, è databile della prima metà del ‘600. Sullo sfondo un paesaggio orientale, mette ancora di più in rilievo il crocifisso. L’Arrigoni è l’autore anche delle statue in legno dipinto di Maria (a sinistra) e di Giovanni (a destra). 
La volta a crociera poggiante su lunette è affrescata: gli affreschi mal conservati sono opera di Rocco Soldati ed sono stati eseguiti verosimilmente nel 1626.

Due ovali sono stati collocati nel 1824 in occasione del rifacimento della cappella. A sinistra S. Ignazio di Lodola ed a destra San Francesco riceve le stigmate, di un ignoto pittore lombardo del XIX secolo (interessante anche se di valore puramente devozionale). 
La balaustrata di marmo broccatello è opera di Marco Barbero e Bernardino Pozzi ed è databile intorno al 1626. 

Di qualche interesse sono il cancelletto a due battenti in ferro battuto, eseguito intorno al 1824 e le lampade pensili con stemma carmelitano, databili della stessa epoca: due opere pregevoli dell’artigianato lombardo dell’inizio ‘800.



Frammento dell’arca di Angelo Simonetta
Il Simonetta, consigliere ducale, fu tra i principali benefattori nella ricostruzione della chiesa del Carmine (il suo stemma si trova nelle chiavi di volta delle campate). Nel 1457 fece erigere la cappella dell’Annunziata (poi soppressa) dove fece costruire il suo monumento funebre (1472).
Il frammento è costituito da una base rettangolare, sormontata da un triangolo al cui vertice è posta la statua del Simonetta in abiti militari (lo scudo riproduce lo stemma scaligero). 
La parte sottostante è divisa in tre scomparti: nei laterali le raffigurazioni sono state scalpellate; nella parte centrale di buona fattura artistica è raffigurata la Pietà.

La risurrezione di Lazzaro
Il dipinto del 1597 è stato eseguito da Mauro della Rovere detto il Fiammenghino. In primo piano sono posti in evidenza gli strumenti usati per scoperchiare il sepolcro. Tre personaggi sono messi in evidenza: la solenne e serena potenza di Gesù, lo stupore e la riconoscenza di Lazzaro e di colui che lo aiuta ad uscire dal sepolcro. In secondo piano Marta e Maria in atteggiamento di devozione. Il quadro è completato dalla folla variopinta di volti ravvicinati e stupiti e dallo sfondo di un parco e di un colonnato in scorcio che dona una immensa profondità alla scena.

L’immacolata ed i Santi Antonio da Padova, Francesco d’Assisi, Chiara e Cecilia o Barbara
Opera di Carlo Francesco Nuvolone, datata intorno al 1650, che risente dell’influenza della scuola bolognese di Guido Reni. La Madonna, avvolta in un ampio manto blu, sostiene il Bambino che calpesta il drago, mentre s’intravede la falce di luna che svanisce nelle nubi sfumate in un gruppo di putti. Tre dei quattro Santi sono facilmente identificabili: S. Antonio da Padova con il Bambino in Braccio, S. Francesco con le stigmate, S. Chiara con l’ostensorio. La Santa in primo piano che indossa un abito rosa e un drappo giallo non è identificabile con certezza (S. Barbara?).

Monumento funebre ai coniugi Barbò
Il monumento, opera di Gaetano Monti, fu eretto nel 1845 su commissione dei figli dei coniugi Adalberto Giuseppe e Francesca Barbò. La base rettangolare sopraelevata è decorata al centro da due tondi con i ritratti dei sepolti. Nella parte superiore, all’interno di un arco ad ogiva, definito da due pilastri scanalati e cuspidati e sormontati da un timpano con angelo all’apice, è situato un rilievo di stampo neoclassico. Esso raffigura Cristo Redentore tra la Madonna e S. Carlo, in atto di accogliere Francesca Barbò presentata dal marito, mentre in basso una donna velata ripone fiori sul loro sepolcro.


La cappella, gioiello del barocco milanese, è costituita da due vani: il coretto dei fedeli a pianta quadrata e la cappella del clero a pianta centrale.

I due vani sono, nel primo ordine, rivestiti di marmi colorati e neri con capitelli dorici bianchi, mentre nel secondo ordine risaltano i dipinti di Camillo Procaccini (con cornici a stucco); ambedue i vani sono coperti da cupole decorate poggianti su tamburi, mentre nella zona absidale, definita da lesene ioniche sulle pareti, è collocato l’altare e la statua della Madonna del Carmine.  
Adornata di marmi e pitture dal Procaccini tra il 1616 ed il 1619 venne ampliata da Gerolamo Quadrio tra il 1673 ed il 1676; l’abside venne ulteriormente ingrandita nel 1730. 

In armonia con il rivestimento marmoreo, la decorazione barocca a stucco fu eseguita in seguito al rifacimento del Quadrio: essa è trattata in modo relativamente misurato e tale da accordarsi con la severità dello stile dorico della cappella. Nella conca absidale gli stucchi seguono il profilo delle vele.
L’altare è stato concepito da Gerolamo Quadrio ad impianto centrale, con base recante riquadri di marmo, mentre il ciborio è costituito da quattro colonne tortili corinzie, con trabeazione e cupola decorata esternamente di volute, mentre in alto è situato come fastigio il simbolo della Madonna. Nell’edicola è collocata sopra una nuvola la statua della Madonna con Bambino, mentre due angeli in volo la stanno incoronando. La Madonna, avvolta in un ricchissimo panneggio, tiene in braccio il Bambino che protende il braccio con lo scapolare. La mensa rettangolare dell’altare poggia su due statue raffiguranti due putti alati, coperti da un panneggio svolazzante, ed entro una cornice a volute e vegetali è situato lo stemma della Vergine sormontato da una corona. Il tabernacolo, sormontato da due putti alati recanti in mano il calice e la croce, ha una porticina in metallo cesellato e sbalzato decorata con l’anagramma di Cristo. A fianco dell’altare due statue di angeli: quello di destra in atto di spiccare il volo è rivolto verso Maria; quello di sinistra, leggermente inclinato è rivolto verso l’ingresso della cappella. Se il disegno dell’insieme è del Quadrio, la capacità di trattare i marmi e le statue in marmo di Carrara (la Madonna, gli angeli, ed i putti) sono di Giovanni Battista Maestri, detto il Volpino e sono state eseguite intorno al 1676.
Nel coretto dei fedeli, Camillo Procaccini ed aiuti sviluppano una specie di itinerario di preparazione dei fedeli all’incontro con Maria: le figure di Maria nell’Antico Testamento, la pratica delle virtù, la riflessione sulle profezie (profeti e sibille) e la preghiera. Le quattro tele di Camillo Procaccini, opere mature del grande pittore databili tra il 1616 ed il 1619, presentano temi mariani legati all’Antico Testamento: a destra La Danza di David mentre l’arca dell’Alleanza viene trasportata dai sacerdoti a Gerusalemme e più sopra Il sogno di Giacobbe (la scala di Giacobbe) dove il patriarca è reso con efficace effetto prospettico; a sinistra Giuditta con la testa di Oloferne, con in primo piano la giovane ebrea e la sua anziana serva, mentre si intravede nella tenda il corpo inanimato di Oloferne e sullo sfondo l’accampamento assiro e più sopra Ester ed Assuero, che raffigura il coraggio della regina ebrea nel tentativo di salvare il suo popolo. 
La cupola, finemente decorata con gli stucchi, vede inserite in essi le tele di Camillo Procacciani e dei suoi aiutanti. Nei pennacchi che sostengono la cupola vengono rappresentate le virtù: l’innocenza (giovane incoronata nell’atto di lavarsi le mani), la temperanza (giovane che regge in mano il giogo), la fortezza (giovane che abbraccia una colonna spezzata), la carità (giovane con il turibolo e la fiamma sul capo). Nella cupola sono incastonate altre quattro tele: due profeti e due sibille, mentre nella lanterna una figura femminile, la vergine orante, completa le tematiche catechistiche. 

Nella cappella del clero Camillo Procaccini svolge una vera e propria apologia di Maria: le due tele della Presentazione di Maria al tempio (a sinistra) e dello Sposalizio di Maria (a destra), se svolgono temi ormai classici, vengono trattati con cromatismo ed innovazione. Gli altri dipinti intendono esaltare l’Assunzione di Maria: le due tele simmetriche raffiguranti gli Apostoli che guardano in cielo, con lo sguardo che si perde nella cupola complessa dove sono inseriti tra gli stucchi ben quattro dipinti su altrettanti gruppi di angeli (due gruppi di Angeli musicanti e due gruppi di Angeli in concerto) e più in alto nella lanterna la Vergine assunta, portata in cielo dagli angeli.

Nel rifacimento settecentesco, tra gli stucchi quatto affreschi di Stefano Legnani, detto il Legnanino, databili dei primi decenni del XVIII secolo, che ornano i pennacchi della cupola. In essi sono raffigurate le virtù di Maria: la verginità (giovinetta con l’alicorno), l’umiltà (giovinetta che accarezza l’agnello e calpesta col piede la corona), la carità (giovinetta che abbraccia un fanciullo), la sapienza (giovanetta con il viso e le mani protese verso l’alto). 

La balaustrata in marmo policromo come il resto della cappella (marmo nero, broccatello, fior di pesco, ecc…), opera di bottega milanese dell’epoca del rifacimento del Quadrio, è oggi abbellita da un cancelletto in ferro battuto di manifattura locale del XIX secolo.




Il presbiterio, ristrutturato intorno al 1660 su progetto di Francesco Richini e Giuseppe Buzzi contiene ancora oggi varie opere d’arte.

Il grande leggio del coro
Opera di notevole valore artistico, eseguita nel 1586 dai fratelli Giovanni Pietro e Giovanni Battista Appiano in legno di noce intagliato. 

Il coro
Di struttura molto semplice e sobria: i sedili poggiano su due volute terminanti a zampa leonina, mentre i bracciali sono a doppia voluta. L’opera commissionata nel 1579 a Giovanni Pietro Appiano e ad Anselmo de’ Conti, fu terminata nel 1585. Nel 1662, in occasione dell’allungamento del coro, gli stalli vennero in gran parte rifatti.

Altare maggiore
In sostituzione dell’antico altare barocco in legno, del quale rimane solo il tabernacolo (opera di Giovanni Pietro Appiano), su progetto di Giovanni Levati, venne costruito nel 1808 il nuovo altare in marmo di stile neoclassico, che per monumentalità e la severità classica può essere considerato un tipico esempio del neoclassicismo del primo ‘800. La base rettangolare, con mensa essa pure rettangolare, ha decorazioni a racemi. Il solenne ciborio a impianto circolare poggia su una base decorata di applicazioni vegetali ed è costituito da sei colonne corinzie sulle quali poggia una trabeazione, recante teste di cherubini, che sorregge una cupola. Sulla cupola la statua del Redentore è di Giovanni Rusca, mentre gli angeli oranti sono opera di Gaetano Monti.
La cantoria lignea dell’organo
La grandiosa cantoria dell’organo della prima metà del XIX secolo, opera di Marioni - Bisoldi, incastona l’organo in un’architettura gotica. Le quindici statuette collocate alla base della cantoria in nicchie trilobate, e le quattro statue collocate sulle lesene laterali dell’edicola, sono in gesso opportunamente trattato e risultano essere i modelli in miniatura delle statue che venivano eseguite in marmo per le guglie del Duomo. 

Le grandi tele laterali
Nella parete di sinistra è collocata la grandiosa tela di Federico Bianchi, eseguita tra il 1683 ed il 1685, Onorio III istituisce l’ordine del Carmelo. Il Pontefice seduto in concistoro, mentre tiene in mano la bolla di istituzione (Onorio III, anno 1226), illustra ai cardinali la visione della Madonna avuta quella notte. Sullo sfondo il funerale di due curiali che malignavano contro i carmelitani. 
Nella parete di destra si trova la grandiosa tela dello stesso periodo di Filippo Abbiati Il Concilio di Efeso. San Cirillo d’Alessandria parla ai Padri del Concilio, mentre Maria appare nell’aula conciliare ed un angelo regge un cartiglio (Maria Madre di Dio). Da notare l’uso dell’architettura per dare movimento alla scena.

Altare attuale
Datato nella seconda metà del XIX di buona fattura, l’altare è opera dell’artigianato locale in metallo argentato e dorato cesellato e sbalzato. Di forma rettangolare è suddiviso in tre scomparti, affiancati da colonnine corinzie scanalate. Nella formella di destra è raffigurato un pellicano con i piccoli ed in quella di sinistra un calice, mentre la formella centrale, delimitata da una cornice a perle, presenta una pregevole raffigurazione dell’ultima cena di Leonardo.

Altre suppellettili
Due putti alati, reggi-baldacchino dell’altare, in legno dorato, di fine manifattura locale del secolo XIX.
Due lampadari in metallo cesellato e sbalzato, opera della prima metà del XIX secolo (artigianato locale): le tre lampade (la centrale è più grande) sono collegate ad un braccio caratterizzato da due cornucopie poste simmetricamente e decorate di fogliame, di una rosetta e di palmetta.
Una credenza in legno di noce intagliato a due ordini, di pregevole fattura, che per la sua linearità e semplicità si collega allo stile degli arredi lombardi del XVII secolo. 
Panca con schienale in legno di noce intagliato: lo schienale è a due ordini, e l’ordine superiore è scandito da quattro lesene scanalate che terminano con mezzi busti dei quattro dottori della chiesa d’occidente (Ambrogio, Gregorio, Agostino e Girolamo). Nella parte superiore è collocato un grazioso profilo a palmette. Di un certo valore artistico si colloca nelle produzioni dell’artigianato milanese neoclassico dell’inizio ‘800.
Due teche per gli oli sacri, di discreta fattura in legno di noce intagliato, probabilmente eseguite dopo il 1660, all’epoca del rifacimento del coro.
La balaustrata del presbiterio è dell’epoca della sistemazione neogotica della chiesa sotto la direzione di Pizzagalli (1836) e presenta una linea classica e severa che si armonizza con la semplicità dell’ordine ionico del coro.





La Cappella dedicata ai defunti, ha subito varie trasformazioni.

L’altare, opera dell’arte lombarda del XVII secolo, si articola su tre ordini. Un paliotto in ardesia dipinta, della scuola del Procaccini, ornato di motivi floreali secondo la tecnica del “commesso”, reca al centro una pregevole Pietà. Sopra la mensa, tra due putti, è stata collocata una tela raffigurante Crocifisso e le anime purganti, opera di un ignoto pittore lombardo della seconda metà del XVII secolo. Tra due lesene, recanti in alto teste di cherubini e con trabeazione aggettante con profilo dentellato, è collocata la tela rappresentante Vergine con il Bambino tra i Santi Gottardo e Monica. La tela di Camillo Procaccini ed aiuti, datata intorno al 1610, è di ottima fattura. Sul piedistallo su cui è collocata la Vergine con il Bambino è raffigurato lo stemma della famiglia Frisiano (Gottardo Frisiano acquistò la cappella nel 1610). Da notare il drappeggio che fa da cornice al dipinto ed il Bambino in piedi accanto a Maria. La Santa è stata identificata con Monica ed il giovane che l’accompagna è stato interpretato come il figlio Agostino.

Nella cappella sono stati situati due affreschi riportati di un ignoto pittore lombardo che risente l’influenza del Borgognone, databili nei primi decenni del XVI secolo. L’affresco di destra raffigura Adorazione del Bambino e Santi (difficilmente identificabili) e quello di sinistra Crocifisso con i Santi Sebastiano Rocco, Francesco e (?).
La balaustrata in marmo broccatello, pavonazzetto e nero è una pregevole opera ottocentesca (prima metà del secolo).
L’arco di accesso conserva la decorazione originale della cappella, che inizialmente risultava affrescata dalla scuola di Camillo Procaccini.